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The light through

L’opera consiste in un grande schermo piatto che presenta un foro di circa venti centimetri di diametro che lo attraversa da parte a parte. Il foro dal bordo irregolare, praticato manualmente dall’artista, viene oltrepassato dalla luce naturale.
L’opera contiene un riferimento ai famosi buchi di Fontana ma il suo significato viene riportato alla contemporaneità. Oggi il mezzo principale che veicola la nostra cultura visiva non è più la tela ma lo schermo. Il mondo della TV e di internet hanno cambiato il modo in cui guardiamo le immagini, con la loro fruizione immediata, la quantità virtualmente infinita di contenuti a disposizione e il bombardamento visivo che ne consegue.

Alla base del gesto di bucare il quadro, c’era la volontà di utilizzare la tela non come supporto ma come materia da plasmare, da modificare fino al suo definitivo superamento. Oltrepassando i limiti bidimensionali i buchi di Fontana rappresentano delle aperture buie verso nuove dimensioni, verso l’ignoto, l’infinito. Al contrario in “The light through”si passa dalla fredda monotonia della superficie cupa del monitor, quale simbolo di un mondo virtuale oscuro ed infinito, ad una dimensione di vuoto che però è portatore di luce e richiama la vista a ciò che sta oltre.

È la necessità di riappropriarsi di un rapporto più diretto con il mondo naturale, di ritornare a guardare il presente e l’autentica bellezza delle cose reali che la luce ci permette di vedere. Viviamo in un momento storico caratterizzato dalla dipendenza totale dai dispositivi elettronici e tecnologici di cui siamo diventati schiavi,la nascita di vere e proprie patologie legate all’abuso di TV,computer e smartphone: la sindrome da deficit di attenzione e iperattività, la dipendenza da Internet o la sindrome da hand-phone.

Ogni giorno passiamo ore fissando schermi e monitor, diventati barriere che ci distolgono dal pensare, dal socializzare e dal compiere quel semplice e basilare gesto che sta alla base dell’esistenza: contemplare la realtà che ci circonda.

This piece consists in a large flat TV screen with a twenty centimetre-wide hole that has been cut through the screen. The hole, which is manually made by the artist, has an irregular shape and light passes through it. The piece contains a reference to Fontana’s famous cuts however its message has contemporary connotations.

Nowadays the main media format that is used to convey our visual culture is no longer the canvas but rather the screen. The internet and TV world has changed the way we look at images. This is because of their immediate fruition, the fact that there is a virtually limitless amount of content readily available and the subsequent visual bombing this results in. The idea of making a hole in a canvas stemmed from the decision of using its fabric to shape matter, rather than as a physical support, with the intention of modifying it to the point in which it is ultimately surpassed.

Going beyond their two-dimensional limits, Fontana’s holes represent a dark opening towards a new dimension, towards the unknown, and the infinite.
 On the other hand, in “The light through” we move between the cold monotony of a gloomy surface, symbolising a dark infinite virtual world, to an empty dimension which is a carrier of light that attracts the viewers’ eye, causing him to gaze out at what lies beyond.
This represents the need to return to a more direct relationship with the world, to live in the present and re-appreciate the authentic beauty of the elements that light allows us to see.

The times in which we live are distinguished by these addictions we have in regard to electronic and technological devices to whom we have become slaves, such as the increasing pathologies caused by TV, computer and smartphone overuse. Like the attention-deficit/hyperactivity disorder, internet addiction or hand-phone syndrome.
Each day we spend hours and hours looking at screens and monitors that become walls which prevent us from thinking, socialising or even so much as accomplishing a simple gesture that lies at the very basis of our existence: namely, to contemplate the reality that surrounds us.