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Osservato nel suo complesso, il lavoro di Dario Tironi appare teso nel difficile equilibrio tra una partecipazione schietta e “nuovorealista” alla materialità anche invasiva dei nostri tempi e una sorta di profonda tensione ideale e malinconica – benché bilanciata in superficie da una gaiezza vivacissima – verso un’armonia che si potrebbe a buon diritto definire classica. Lo si coglie ad esempio molto bene, sebbene piuttosto inaspettatamente, osservando le sue sculture assemblate con rifiuti di ogni tipo – quasi alla maniera di un “Arcimboldo 2.0” – durante le ore notturne, perché in quei frangenti la presenza dell’ombra che l’illuminazione artificiale proietta sulla parete retrostante ha la capacità e la forza necessarie per distogliere per un attimo lo spettatore dalla curiosa investigazione del mosaico di oggetti pop che ne costituiscono l’epidermide (e che peraltro sono sempre molto aggressivi nelle cromie, ulteriormente accentuate anche dalla lucidità della resina che connette tra loro i vari pezzi omogeneizzandone verso l’alto l’intensità timbrica) per costringere lo sguardo ad apprezzare – nel semplice ma pregnante gioco di positivo e negativo, figura e sfondo – anche la sagoma complessiva dell’opera, nella quale dunque a questo punto, dimenticata per un attimo la superficie vibrante e giocosa, è davvero difficile non leggere anche la nitida compostezza formale a cui Tironi arriva citando esplicitamente la statuaria greco-romana.
Eppure, a ben guardare, questa nota malinconica e sottilmente critica (non aliena da punte di mordace ironia) emerge in realtà anche concentrandosi esclusivamente sui dettagli dei suoi lavori. Non c’è dubbio, ad esempio, che la sua felice vena di bricoleur dalla fantasia combinatoria sbrigliata lascia talora emergere – al di là della giocosa spensieratezza della facciata – anche tutta una serie di “non detti” che riguardano i criteri di selezione degli oggetti che compongono le sue sculture, che ad esempio sono spesso costituite da giocattoli o componenti di apparecchi tecnologici e dunque a loro modo rimandano a certi nervi scoperti e più o meno tragicomicamente sensibili della nostra società dei consumi. Allo stesso modo, le opere realizzate con componenti meccaniche o plastiche sembrano almeno in parte rimandare a tutta una progenie di automi, manichini e marionette che l’arte e il teatro contemporanei hanno assunto come emblemi di una vita ormai costretta entro gli stretti limiti che vengono concessi all’individuo da un sistema sempre più coercitivo e standardizzato. I lavori che sfruttano la fosforescenza e la luce ultravioletta sembrano offrire una nuova possibilità di vita ad una sorta di “spazzatura elettrica” della quale suggeriscono una diversa utilità, estetica più che funzionale, che se solo gliene fosse data l’occasione potrebbe manifestare appieno. Infine, le installazioni che integrano computer funzionanti ci costringono a fare i conti con la “spazzatura digitale”, cioè con la mole di dati di dubbia rilevanza che ogni giorno ci scambiamo e immagazziniamo quasi compulsivamente: una spazzatura che è immateriale ma non per questo meno invasiva, soprattutto perché tende a rinchiudere le nostre vite – in ragione della sua assoluta virtualità – in un circuito dall’orizzonte ancora più vincolante.

(Paolo Sacchini)

 

In una società dominata dal consumismo il recupero e l’ecologia sembrano essere condizioni necessarie per la sopravvivenza del nostro pianeta e la loro messa in atto è applicata a ogni ambito di ricerca. La dimostrazione più validante che l’uomo può inscenare è l’atto del consumo, unico vero momento in cui pare sentirsi vivo. Parallelamente al consolidamento del concetto di società dei consumi, l’abbassamento delle barriere di accesso e la democratizzazione dei beni hanno plasmato l’identità dell’uomo contemporaneo, trasformandolo in un inconsapevole produttore di scarti ed incertezze. La catena di produzione-rinnovamento-scarto è un incessante loop magnetico dal quale è impossibile svincolarsi. Anche in ambito artistico il consumo compulsivo ha delle influenze e gli scarti prodotti diventano materia d’utilizzo per l’articolazione e la messa in scena di nuovi discorsi a riguardo.
L’introduzione dell’oggetto nel campo d’azione dell’arte vede origine nei primi collage cubisti e con il passare del tempo conduce anche alla nascita del concetto stesso di spazialità e tridimensionalità. In passato simbolo della nuova concezione dadaista dell’arte, oggi l’oggetto di recupero veste simbolicamente il ruolo di frammento e di parte di un insieme più ampio, globale.
In questo contesto si fonda il lavoro di Dario Tironi, i cui interventi percorrono le tracce del passato con uno sguardo orientato verso il futuro. Il frammento è elemento fondante di una pratica artistica che utilizza lo scarto come materia da modellare, di cui servirsi come terra vergine, di cui esplorarne le possibili combinazioni. Gli elementi che compongono le sue opere sono tracce mnemoniche recuperate dal presente, considerate in ottica contemporanea, passato già superato per via del galoppante processo di innovazione.
Il lavoro di Tironi può essere definito come una scultura per via di aggiungere, assemblare e de-funzionalizzare. I singoli elementi che costituiscono i corpi anatomici delle sue sculture perdono la loro funzione originaria per definire un nuovo insieme di senso, un nuovo corpo formato da frammenti disomogenei dai colori contrastanti, come nella serie di sculture intitolata Things, figure umane colte in atteggiamenti di posa spontanei; cyber-sculture onnivore che attestano l’inarrestabile voracità del nostro tempo. Come tasselli di un articolato puzzle, oggetti di uso quotidiano sono riassemblati secondo una logica nuova. I residui di un’obsolescenza programmata costituiscono un insieme altro, perdendo la loro autonomia come singoli elementi.
L’abbandono non fa parte degli intenti perseguiti da Tironi, che si propone come abile costruttore, critico nei confronti del consumo. Egli va contro la tendenza alla sostituzione del vecchio con il nuovo, al contrario gli dona nuova vita, rimettendolo all’interno di un circuito esterno, ossia quello dell’arte. Tironi cerca la sua materia prima nella quotidianità, agendo come un archeologo del presente.
Partendo dall’analisi di uno dei primi lavori, Modulo KY4, risulta già evidente la presa di posizione dell’artista sul tema ecologia. Una torre di televisori di vecchia data sovrapposti uno sopra l’altro, come mattoni da costruzione. La riflessione è rivolta alla questione dello smaltimento delle apparecchiature tecnologiche, prime a subire uno scarto dettato dal loro stesso superamento. Abbandonare il vecchio per adottare il nuovo fa parte della routine comune alla società del XXI secolo, imposta dalle logiche di produzione e consumo a breve termine; vengono prodotti oggetti con un tempo di vita sempre più breve, per incentivare l’acquisto di ciò che viene immesso nel mercato. 44 televisori restituiscono simbolicamente un modulo abitativo dai tratti preistorici, ribadendo la necessità di attuare pratiche di recupero.
Evolving God del 2012 prende forma da una riflessione sulla tematica delle ideologie religiose e dei processi di accettazione e di evoluzione delle stesse. Strumenti per mantenere un ordine sociale, questi universi simbolici creati dall’uomo possono subire cambiamenti in base alle esigenze della comunità. Ogni credenza ha origine infatti da un’esigenza in prima istanza personale, che attraverso la ricerca e la condivisione con una collettività assume maggiore forza e un impatto ulteriore sui singoli individui. Tironi immagina di poter definire dio come l’insieme di credenze a cui ogni singola persona è devota in un determinato momento e associa questo concetto a un’entità in continuo cambiamento, che si rinnova parallelamente all’umanità. L’artista interviene sulla forma di un inginocchiatoio, utilizzato nelle chiese e nei luoghi di culto per assumere una posizione di preghiera rivolgendosi verso l’altare. Incurvando l’inginocchiatoio, che ora ha una forma circolare, i fedeli sono disposti uno accanto all’altro e si rivolgono lo sguardo; la frontalità e la divisione tra credenti e divino è sostituita dal dialogo interno. La dicotomia terreno-divino viene interrotta da una struttura democratica senza vertici di posizione. I corpi disposti in cerchio delimitano l’area originariamente adibita all’altare, rendendola inaccessibile; il divino non è negato, bensì lo spazio sacro vive una riappropriazione, un ritorno a una dimensione più umana. Sacro è ciò che si osserva attorno a noi, in un rinnovato momento di comunione. “In questo lavoro lo spazio frontale dell’altare, in cui sta la figura di guida e di mediazione – spiega l’artista – viene circoscritto e delimitato dalle persone diventando fisicamente inaccessibile, non in quanto negazione dell’esistenza del divino, ma come riappropriazione di uno spazio sacro, portato ad una dimensione più umana in cui ognuno riconosce l’essenza del sacro in sé e nell’altro”.
In Museo del Serio Tironi propone nel 2012 i risultati di un’azione realizzata sulle rive dell’omonimo fiume. L’intervento nasce dal contrasto visivo riscontrato tra il Parco del Serio, pulito, incontaminato e le rive del fiume, dove si depositano molti frammenti di rifiuti. La perdita di consapevolezza dello spazio pubblico in favore di una maggiore attenzione e cura per quello privato sottolineano l’affievolimento di un sentimento di appartenenza al proprio habitat; ciò che viviamo quotidianamente viene considerato come lo spazio di cui è necessario prendersi cura in prima persona, mentre i luoghi condivisi vengono progressivamente dimenticati e abbandonati all’incuria collettiva. I rifiuti raccolti durante una giornata sono disposti in rettangoli che creano una cornice attorno al vuoto museale; scarti da osservare con occhio critico e consapevole: prodotti della nostra cultura.
L’ecologia diventa anche oggetto dell’analisi della tendenza attuale all’abuso di etichette legate alla sostenibilità e all’ambiente. Ecology (2013) è il risultato finale di un atto performativo che Tironi compie su una siepe rossastra, imprimendone al centro con uno spray verde la parola “ecology”. Con un gesto volutamente anti ecologico il significato della parola stessa si deteriora, perdendo ogni riferimento etico e scientifico. Siamo di fronte all’ennesimo slogan pubblicitario che detta le regole delle tendenze di un mercato ormai scontato.
Perseguendo lo stesso obiettivo in Picasso, lavoro del 2017, l’artista sceglie di fotografare e isolare un famoso stemma recante la firma di Picasso che una casa automobilistica ha scelto di adottare per battezzare il modello di una vettura dei primi anni 2000. Esempio clamoroso di strategia pubblicitaria finalizzata a rendere brand una nota firma del mondo dell’arte contemporanea, la scritta è ridotta a marchio di fabbrica, alla pari di una griffe alla moda che vuole essere simbolo di creatività universalmente riconosciuto. Lo scatto fotografico, ingigantito ed estrapolato dal suo contesto innesca un processo straniante che riporta l’attenzione sul valore della parola scritta. Le lettere che compongono la firma di Picasso rappresentano l’importanza della sua figura nella storia dell’arte, ma rimandano anche a ciò che una firma oggi rappresenta nelle dinamiche di mercato, per il quale il valore economico di un’opera è strettamente influenzato dal nome del suo autore.
Il ragionamento sulla figura del consumatore ritorna in un lavoro del 2013 in cui Tironi reinterpreta un dipinto icona dei primi anni del ‘900: Il quarto stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo, conservato al Museo del Novecento di Milano. Attraverso un collage di scontrini fiscali modificati con alcool, fuoco e vernice spray trasparente è ricostruita l’immagine dell’avanzata di braccianti su toni bruno-giallastri. Utilizzare scontrini per rappresentare un’immagine iconica così carica di significati solleva ulteriori interrogativi riguardo alla posizione della società contemporanea, in cui le persone stanno lentamente perdendo l’appellativo di cittadini in favore di un riconoscimento a priori come consumatori. Gli scontrini diventano una sorta di testimonianza del nostro passaggio sulla terra e tracciano in modo impeccabile i nostri acquisti, le nostre abitudini e preferenze.
The Dream Catcher è una scultura realizzata per la torre cinquecentesca del Duomo di Pietrasanta. Un groviglio di cavi e dispositivi elettronici pende dall’alto come un acchiappasogni e rammenta una tendenza alla regressione quasi infantile di fronte al desiderio di possedere dispositivi tecnologici di ultima tendenza: presenze costanti come telecamere di sorveglianza.
L’abbandono di oggetti genera reperti archeologici del presente che raccontano di una vita accelerata dal consumo veloce, dal fast-food, dalla fast-track delle code aeroportuali, dalla fast-line delle casse ai supermercati. L’accelerazione dei servizi è corrisposta a un aumento della velocità del loro stesso consumo, ciò che ne risulta è una crescente quantità di scarti. Le necessità non hanno il tempo di farsi evidenti, perché subito vengono colmate.
Il ciclo di produzione scrive la storia progressiva della società contemporanea e favorisce una disponibilità costante di “materia prima” di cui Dario Tironi si serve per plasmare “figure futuribili”.
A Monument to Mankind è un esempio emblematico dell’ideale monumento celebrativo di una figura storica, delle sue gesta e più in generale delle virtù umane. Con uno sguardo critico, a essere celebrato è l’uomo moderno, seduto su un trono instabile e decadente fatto di rifiuti da egli stesso prodotti. Una rappresentazione ironica e tagliente della volontà di elevarsi a uno status sociale più alto attraverso l’accumulo di ricchezze e il loro ostentamento. Tironi ritrae la condizione esistenziale di un uomo che ha vissuto la diffusione globale del capitalismo e la cui religione è ormai il consumismo.
Dario Tironi è un artista che dell’eterogeneità ha fatto la sua impronta stilistica. Passando sapientemente da collage a fotografia, da scultura a installazione, la sua ricerca cambia costantemente espressione e parla in modo universale a un pubblico che è chiamato alla riflessione.

(Giulia Gelmini)